mercoledì 25 maggio 2011

Riflessioni sulla cura come Io/ Tu......





Se nell’aver cura si realizza il superamento di una prospettiva egoica a vantaggio di una visione universale con la “relativizzazione” di noi stessi, non si può non focalizzare l’attenzione sulla dimensione relazionale con il mondo dell’Altro.
Le relazioni che si creano tra le persone sono il risultato di uno sforzo finalizzato al prender coscienza di noi stessi, al nostro essere insieme all’altro per raggiungere quella visione universale grazie alla quale saremo capaci di metterci al posto degli altri, superando la nostra parzialità.

Parlare di relazione, prendendo coscienza di essere insieme all’altro nel senso Heideggeriano del fianco a fianco o secondo il pensiero di Levinàs del faccia a faccia, dell’Io/Tu ci permette di aprire la strada verso il confronto come scambio, con il vissuto individuale di ognuno di noi.

Il ponte che lega noi e l’altro è la relazione, non si può scindere, infatti, la cura di sé dalla cura del noi (relazionale). Attraverso lo sguardo dell’Altro ci accorgiamo che non possiamo stare soli e che per giungere ad un sé libero è necessaria la sua mediazione. Epicuro vede l’ascolto come una pratica di cura, come la sospensione di noi stessi per cogliere così “l’ essenza interiore” dell’Altro.

La relazione di cura che può nascere tra infermiere e paziente, ha delle analogie con la relazione materna, ma senza legami affettivi; le persone coinvolte sono padroni delle proprie “storie” ma, al contempo si nutrono delle storie degli altri creando così una sorta di osmosi, un’idea di relazione complementare dove il malato occupa una posizione di dipendenza verso l’infermiere visto come l’anello di congiunzione tra soggetto e medico, tra malattia e guarigione.

La capacità di andare oltre un Io (infermiere) che comunica i propri saperi unilateralmente all’Altro (paziente) visto come colui che subisce, è la base per una buona pratica di cura nella quale i singoli individui cooperano per il raggiungimento di un unico scopo: un vero processo di guarigione. Non si può curare il corpo senza curare l‘anima.

Pensare ad una vera relazione amicale è quasi utopico, l’amicizia si basa su valori che secondo me oggi, sono offuscati dalla competizione e dall’attenzione per l’individuo nella singolarità del suo essere. L’onestà, la fiducia, la sincerità sono valori impegnativi che per essere applicati ci costringono a fermarci a riflettere sul nostro Essere nel mondo, nel senso di contribuire ad un benessere relazionale che ci permette di capire e forse perdonare la persona che ci sta accanto e chiamiamo amica, ma tutto questo può creare sensi di colpa e quindi ancora una volta, portarci a guardare con consapevolezza il nostro Sé per attuare un percorso interiore volto all’autenticità del nostro modo di condurci nel mondo.

Etica della cura significa mettere continuamente sotto esame la propria vita ed esercitarsi a mantenere una direzione di pensiero ed azione conforme alla scelta esistenziale fatta in qualsiasi campo si operi: educativo, giuridico, politico, religioso.

mercoledì 18 maggio 2011

La cura come essenza d'essere.....

Tutti hanno la necessità vitale di ricevere e dare cura, poiché la cura è l’essenza d’essere, ovvero di esistere. Sembra quasi che l’individuo attraverso la cura di sé si materializzi, dia un senso al proprio essere nel mondo.

In ogni epoca gli uomini hanno cercato di rispondere alle domande sull’origine della nostra esistenza: “Da dove veniamo?” Ma è nel periodo ellenistico che lo sguardo viene spostato sul soggetto nel suo divenire: l’attenzione è rivolta non più sulla ricerca di un dove, ma su come l’uomo possa essere felice. Epicuro sostiene che “Vuota è la parola che non cura i mali dell’anima”, i filosofi ellenistici si interrogano su come l’uomo possa essere felice; iniziando a sentire il bisogno di un sé individuale di cui aver cura dove la cura è la cosa essenziale all’esistenza dell’uomo per star bene.

Heidegger sostiene che la cura di sé è il modo fondamentale dell’essere dell’esserci, è il modo attraverso il quale l’uomo può esistere, esserci, ma esserci nel senso di farne parte; formare il proprio animo attraverso un lavoro su sé stessi che coinvolga non solo il pensiero, ma anche la sensibilità, la volontà e le emozioni attraverso un continuo esercizio di rimessa in discussione di sé e del proprio rapporto con gli altri, scegliendo liberamente di essere quel “sé stesso”.

Io credo che il concetto di cura inteso da Heidegger stia riemergendo nella nostra società come un bisogno essenziale per dar un senso al nostro mondo globalizzato che si affida ciecamente alla tecnica con la convinzione di essere nel giusto, pur sentendosi un mondo miserevole in quanto privo di senso.

Prendersi cura di sé significa fermarsi, ascoltarsi ed ascoltare l’ALTRO dove l’altro può essere:la vita,le relazioni sociali, l’educazione, il desiderio, la responsabilità, il corpo e l’universo interiore al quale apparteniamo. Un percorso nella direzione della cura di sé, della consapevolezza, dell’autenticità e del confronto per interrogarsi su come si sta al mondo, cercando un senso ed imprimendo un direzione al proprio condursi è necessario come processo formativo per ogni individuo.
Parlare di una svalutazione della cura ritengo sia banale e ripetitivo.E’risaputo infatti, che nella nostra cultura c’è una svalorizzazione della cura e delle relative attività, ma il punto su cui porre l’attenzione è il perché esiste ancora questa concezione riduttiva del ruolo di chi svolge attività di cura: quale la causa e come attuare il cambiamento.

Le attività di cura sono attività che richiedono grande sensibilità e passione ed investono il lavoratore di una responsabilità che va oltre il far quadrare un bilancio economico aziendale poiché, il fulcro di tali attività non è la produzione, il progresso tecnologico, ma l’individuo nella totalità del suo essere. L’essere umano è fatto di corpo, spirito, ragione e sentimento: come possibile non elevare a figure di prestigio un’insegnante, un educatore, un infermiere?

Se questo non accade credo che la responsabilità in parte sia da attribuire al nostro sistema culturale che non ne riconosce il giusto valore.

martedì 10 maggio 2011

Il cambiamento della famiglia




Il cambiamento subito dalla società negli ultimi anni ha portato le famiglie ad una metamorfosi che spesso crea confusione nei ruoli di padre e di madre; si osservano coppie dove la madre assume sia il ruolo materno che quello paterno, portando il marito ad essere solo un componente utile a stabilire una completezza fittizia del nucleo famigliare.





Nelle generazioni precedenti, nelle famiglie patriarcali il ruolo del padre era ben definito; era colui che lavorava e portava avanti la famiglia, era l’archetipo del cacciatore. La madre era colei che si occupava dei figli e della conduzione della casa.

Oggi le donne lavorano, sono in carriera, indipendenti e autonome al punto di cadere nell’errore di sostituirsi nell’educazione dei propri figli al marito anche dove esso è presente. Madre e padre al contempo e ….la figura maschile? Dov’è? Madre e figlio inizialmente sono tutt’uno, ma il distacco è necessario per l’equilibrio della famiglia. Una buona madre deve essere capace di farsi da parte e lasciare spazio d'azione al  padre; deve permettere al marito di assumere le proprie responsabilità nell’educazione del bambino e non farlo sentire inadeguato.
Spesso assistiamo alla nascita di coppie simboliche dove la donna tende ad esser donna, madre e padre.
In questo modo i bambini crescono senza diventare veramente grandi, senza avere una differenziazione di ruoli,un modello dove rispecchiarsi. Come si può pretendere di “formare” un adulto se nella sua crescita un bambino non ha un giusto modello a cui far riferimento?
Un uomo deve fare il padre e il marito; il legame con la madre è fondamentale, ma anche quello di un padre è importantissimo. La protezione che trasmette un padre al proprio bambino è diversa da quella che gli trasmette la madre.
La madre deve evitare di assumersi tutte le competenze del ruolo educativo e se lo fa chiedersi il perché: “Perché non lascio spazio educativo al padre dei miei figli?” Non c’è un’unica risposta, le risposte sono molteplici a seconda della coppia, ma di sicuro esiste un denominatore comune: la mancanza di fiducia nel proprio partner. Un buon padre dal canto suo, deve aiutare la donna a tagliare il legame simbiotico con il proprio figlio,deve fare il marito e non permettere che si crei la nuova coppia madre-bambino, la coppia è formata dall’uomo e dalla donna, il figlio è il frutto d’amore di entrambi e non di uno solo.
La coppia è la fusione di due individui diversi, ognuno con la propria storia che, giorno dopo giorno, si modifica formando un’unità che non annulla l'autonomia di ognuno, ma ne rinforza la complicità.

martedì 3 maggio 2011

Riflessioni...




Spesso si ascolta solo quello che le persone raccontano verbalmente, esprimendo un giudizio che quasi sempre non corrisponde al vero; è la superficialità e il bisogno di interpretare l’altro che porta l’essere umano a trarre conclusioni erronee sul modo di essere delle persone.

Se mi fermassi solo su ciò che una famiglia o un bambino mi racconta verbalmente, non potrei capire realmente i loro bisogni o esigenze.

A volte una famiglia o una coppia, se osservata superficialmente può apparire perfetta al punto da scatenare sentimenti di gelosia ed invidia tra le persone vicine, ma non sempre è così….Tempo fa ho incontrato una famiglia proprio di questo tipo: l’immagine che rifletteva era quella di una famiglia equilibrata, dove le relazioni tra madre, padre e bambino parevano “pulite”. In realtà osservando il linguaggio verbale, paraverbale nel loro modo di relazionare,.emergevano diverse incoerenze comportamentali che confondevano il bambino rendendolo estremamente auto centrato, con conseguenti difficoltà a giocare nel gruppo dei pari.

La regina del focolare era la madre che cercava e, spesso riusciva ad avere, le redini della famiglia. Nel parlare con lei si aveva l’impressione che tutto il mondo fosse sulle sue spalle sia in famiglia che al lavoro.

Il problema era che questa donna cercava di sopperire alla sua assenza fisica con mille espedienti che rendevano la vita del bambino incredibilmente complicata.

Un esempio era la continua incoerenza tra i messaggi verbali e quelli corporei; lo sgridava, pretendendo che lui seguisse le “sue regole, il suo “volere” usando un tono impositivo e di comando, ma seguito a volte da una postura morbida, di non autorevolezza.

Il desiderio di “credersi” una famiglia aristocratica forse la spingeva ad assumere un comportamento che probabilmente non era il suo.

Il poco tempo che aveva a disposizione per suo figlio lo investiva sul come ci si doveva comportare a tavola, al ristorante, in società.

Si presentava come una donna molto rigida, ferma nelle sue convinzioni, fissata con la pulizia, per poi cadere in comportamenti che dimostravano esattamente il contrario.

Il suo comportamento non era più quello di una persona sicura e ferma nelle sue convinzioni.

Tra lei e il marito c’era poca comunicazione. Parlavano molto, ma non comunicavano.

Il marito apparentemente poteva risultare in una posizione one-down rispetto alla moglie, ma in effetti non era così. Era solo una strategia per mantenere un equilibrio nella coppia lasciando alla moglie l’idea di esser lei a gestire il menage familiare.
Nei colloqui, il marito, solo una volta ha dichiarato apertamente di esser in disaccordo con la moglie, le altre volte il disaccordo si percepiva dal suo linguaggio paraverbale, dal suo esserci, ma al contempo non esserci, quasi perso nei suoi pensieri.

Con il bambino era più permissivo ed elastico soprattutto riguardo le “regole” fissate dalla moglie, mentre lui caratterialmente era diverso, non amava molto le etichette e i vincoli dettati dal bon ton pur essendo una persona estremamente educata.

Tendeva a giustificare sempre il comportamento del bambino, minimizzando i suoi capricci, ma dal modo in cui raccontava si capiva che il suo chiedere non era dettato dal voler un consiglio, ma da una conferma del suo agire pur sapendo che non era l’intervento educativo adatto. Parlava lo stesso “linguaggio paraverbale” della moglie, sfuggiva come colui che sa qual è la verità, ma non la vuol vedere.

Il bambino invece era la riproduzione della madre. Un bambino individualista che cercava di fare quello che voleva. A volte non ascoltava, camminava sulle punte e non guardava negli occhi quando gli si parlava. Raramente cercava il contatto fisico, sembrava volesse far credere che non gli interessasse.

Non era un bambino libero di essere sé stesso.

Se giocava da solo era creativo, tranquillo ed organizzato, ma con gli altri bambini era prepotente ed egoista. Le grosse difficoltà erano nello stare in gruppo, non essendo abituato a condividere.

Pertanto un’educazione con linee pedagogiche differenti e a volte incoerenti tra loro, (la mamma lo educava in un modo, il papà in un altro, la baby sitter in un altro ancora, la scuola….ognuno seguiva una sua modalità educativa) mandano il bambino in confusione. Per quanto il punto di riferimento alla fine per lui era comunque la mamma.













lunedì 18 aprile 2011

L'arte grafica come dialogo terapeutico





Il gioco simbolico ed il disegno sono sia un segno dell’evoluzione del bambino, sia uno strumento per la sua evoluzione: la percezione, la memoria, la creatività vengono influenzate da questa attività rappresentativa.


La psicoterapia d’espressione si basa sulla possibilità data al soggetto (disadattato e non) di esprimersi liberamente senza pensare di rendere cosciente ciò che si esprime.
Il fanciullo, con l’uso della pittura, si accorge del suo potenziale creativo imparando ad affrontare la propria insicurezza, i propri sensi di colpa e la propria instabilità interiore trovando nell’arte un compenso ai suoi problemi sociali o familiari.
Nel dialogo terapeutico l’artegrafica aiuta il cliente a superare le difficoltà relazionali iniziali, dove il terapeuta può essere vissuto come il genitore o l’istituzione.
Il linguaggio del disegno e della pittura è sicuramente più rivelatore del contenuto espressivo conscio ed inconscio rispetto a quello verbale poiché, il bambino soprattutto, non è costretto ad esprimersi in modo corretto e comprensibile, rischiando di tacere là dove non riesce a trovare la giusta espressione linguistica. Sia nel disegno del normale che in quello dello psicotico, ad esempio, avviene un processo di proiezione, ma il disegno “finito” presenta delle differenze: l’opera dello psicotico è più difficilmente comprensibile poiché subisce un processo di destrutturazione ed allontanamento dalla realtà che porta all’incomunicabilità; mentre nell’individuo normale il collegamento tra lo e la realtà c’è e quindi anche il controllo sui processi primari.
L’ansia ad esempio, è la sindrome culturale della psicosi e della nevrosi: nasce dalla paura della morte, del castigo, dall’insicurezza del propri stato. Ci sono delle manifestazioni psichiche in cui l’ansia si esprime direttamente nel disegno perché il soggetto non ha sviluppato le difese per contenerla come avviene per quei soggetti che invece associano l’ansia a fobie che ne costituiscono l’argine. I bambini hanno molte paure definibili normali, come ad esempio: il buio, il chiuso, l’acqua… ma se la paura è una fobia ossessiva come il continuo lavarsi le mani, perché ossessionato dallo sporco, nel disegnarsi si rappresenterà senza mani o con mani a palla così da non toccare nulla.
Altra caratteristica tipica dell’ossessivo, è di non riuscire nel disegno, a cambiare l’atteggiamento e la posizione dei personaggi in rapporto all’azione che stanno facendo o il collocare tutte le figure presenti su un’unica linea.
Il comportamento dell’individuo ansioso può esprimersi sia in forma inibitoria, sia in forma aggressiva.
L’ansioso inibito tende a disegnare figure piccole, centrate, simmetriche dal tratto leggero ed il nero è il colore preferito.
L’ansioso eccitabile invece, disegna simboli di forza e aggressività essendo esso un soggetto aggressivo; i personaggi sono guerrieri o uomini armati, il tracciato è pesante, i colori vividi. Sono persone che passano dall’affettuosità all’estrema aggressività, per questo i simboli grafici usati sono “spinosi” come i cactus, gli arti pungenti, le bestie feroci, i mostri…

I bambini isterici invece, si caratterizzano per l’avidità affettiva ed il continuo bisogno di dipendenza, i loro disegni presentano la figura umana nel centro del foglio con la testa grossa e ben sviluppata, segno di immaturità ed è tanto più grande quanto più il soggetto è giovane.

I capelli sono spesso lunghi con fiocchi, le ciglia folte e i vestiti ricchi di particolari, a sottolineare l’aspetto narcisistico della loro personalità. Il corpo viene disegnato piccolo con braccia e gambe corte ed essendo il veicolo di rapporti con l’esterno, questo sottolinea le difficoltà degli isterici nello stabilire rapporti sociali. Le case vengono disegnate con giardini, fiori, animali, cancelletti…hanno degli ornamenti tali da voler attirare l’attenzione su di sé, da esser continuamente considerato e apprezzato per non cadere nell’ansietà.

Il senso di colpa può nascondere impulsi aggressivi che il bambino vive verso i desideri negativi che prova per i genitori o i fratelli; egli teme che essi si accorgano dei suoi pensieri nascosti e lo castighino. Può succedere che il senso di colpa nasca da desideri sessuali repressi dalla morale familiare e nel disegno, il disagio per le pratiche sessuali si vede nel raffigurare i personaggi solo con la testa o solo la parte superiore del corpo, nascondendo la parte inferiore magari dietro un tavolo.

La parte del corpo nascosta è connessa a qualche conflitto o problematica del disegnatore.

La colpevolizzazione è espressa con un tratto insicuro, con soggetti macabri, gli interni delle case squallidi con colori freddi e poche aperture, sembrano case abbandonate tipiche di una persona depressa.

Il depresso si disegna piccolo, con le membra avvicinate all’asse del corpo e a volte l’espressione del viso sgradevole.

Come già precedentemente accennato, nel soggetto con ritardo mentale, i disegni mantengono a lungo le tematiche e la spontaneità del bambino piccolo, i simboli sono semplici e la censura meno complessa da individuare. Questo perché il loro sviluppo mentale è più lento.

La persona debole mentalmente, soffre di complessi d’inferiorità connessi alla sua incapacità a risolvere questioni pratiche che invece i suoi coetanei risolvono senza problemi; è opportuno quindi, osservare le produzioni grafiche di questi soggetti tenendo conto della loro fragilità psicomotoria, del disadattamento sociale e scolastico.

Le conseguenze delle difficoltà relazionali e sociali di questi individui emergono proprio nel disegno.












domenica 10 aprile 2011

il disegno....il dialogo....la comunicazione




L’esigenza rappresentativa che guida la libera attività espressiva nasce dal desiderio di far parte del mondo esterno, di raccontare ad altri le proprie esperienze.


Io credo che l’idea del disegno, come cura è un mezzo possibile per far uscire il malessere con un foglio ed una matita attraverso la costruzione di un dialogo terapeutico che, con tanti colori e molta immaginazione, può svelare i bisogni e i sogni nascosti che rendono possibile la guarigione dell’individuo.
Il disegno permette di tradurre rendendolo visibile, l’eventuale disagio o problema che l’individuo vive a livello inconscio; permette di raccontarsi cercando di trasformare i drammi in soluzioni.
Dal momento che il bambino o l’adolescente attraverso il disegno parla delle sue ansie, delle sue scoperte, delle sue paure, del suo vissuto interiore, è necessario che esso venga collocato ed interpretato all’interno di un setting terapeutico. La comunicazione del disegno passa attraverso le emozioni, sia quelle che suscita nel soggetto, sia quelle che suscita nel consulente. Esso ci porta a guardare le cose con gli occhi del cliente attivando un coinvolgimento e vicinanza interiore. Lavorare con il disegno significa creare una relazione che apre la porta del mondo dell’altro.
Il fare domande dà la possibilità al bambino o adolescente, di farsi vedere oltre i suoi comportamenti strani e faticosi; permette di capire dov’è l’origine del disagio.
Il ri-raccontare attraverso le immagini aiuta a rendere visibile la “crepa” creatasi nel mondo interno del soggetto.
La difficoltà del consulente sta nel vedere e nel tradurre ciò che l’individuo comunica con l’ausilio dei simboli, dei colori e delle associazioni mentali, tenendo conto che il linguaggio simbolico è il cammino più breve per la conoscenza di noi stessi.
Le potenzialità terapeutiche del disegno sono legate al contesto scelto, dentro al quale qualcuno narra qualcosa a qualcun altro, racconta di sé, chiede di uscire da uno stato di sofferenza per andare verso un altrove.
Il disegno è associato alla parola e al dialogo che lo racconta, ma solo in un secondo momento.
Il disegno narrato può essere successivamente modificato e trasformato, al fine di ricostruire una nuova storia che potrebbe portare all’autoguarigione.
Produrre un disegno ha l’obiettivo di facilitare sia l’espressione di sé, sia la relazione con il mondo. I simboli ed i colori esprimono pensieri ed emozioni invisibili.
Inoltre, attraverso una serie di disegni sia spontanei che proposti secondo ipotesi precise, è possibile attivare un processo di autoconoscenza andando a trasformare situazioni problematiche in soluzioni possibili, ma soprattutto rappresentabili. Il bambino può passare così, dal ruolo di vittima a quello di protagonista.
Un esempio è dato dai giovani psicotici che vivono “un dentro”, un isolamento personale che forse, potrebbero spostare verso “un fuori” proprio con l’utilizzo dell’attività grafico-pittorica.
Osservare la relazione dei disegni tra loro, la relazione del bambino/adolescente con la famiglia, con gli amici, con la scuola, permette di comprendere ed eventualmente modificare il blocco o malessere esistente per poi iniziare un percorso di risoluzione.






mercoledì 23 marzo 2011

il linguaggio del corpo nella malattia....la psicosomatica





L’ammalarsi e il guarire rappresentano gli eventi estremi di un processo interno di auto organizzazione dell’organismo definito omeostasi.
Fu Freud con gli studi sull’isteria a dimostrare come l’apparato psichico abbia il potere di creare dei sintomi anche gravi a carico del corpo.

L’influenza quindi dell’apparato psichico sulla salute e sulla malattia del soma non è generica ma simbolica. Il corpo parla attraverso modalità simboliche sia quando è sano che quando è malato, permettendo all’inconscio di rivelarsi attraverso i sogni, i lapsus....

L’inconscio parla attraverso il corpo dicendo anche quelle cose che l’io non direbbe mai, perchè censurabili, ed è per questo che i sintomi, che si manifestano nell’individuo a livello somatico, sono messaggi della sua dimensione psichica che necessitano di essere interpretati per capirne l’origine.

W. Reich nel suo testo “L’analisi del carattere”, analizza come alcuni lati patologici del carattere si manifestano non solo attraverso modalità psicologiche e relazionali, ma anche attraverso corrispondenti atteggiamenti corporei determinati ad esempio dalla rigidità posturale e dai blocchi muscolari che traducono nel corpo la stessa coazione esistente nel pensiero.

Egli si chiede se un torace rigonfio, una mascella tesa, delle gambe deboli non siano indicazioni precise di un vissuto emozionale.

Studiare le difese somatiche si rivela uno strumento più efficace che attaccare le difese psichiche dell’individuo, confermando l’ipotesi dell’esistenza di un’identità funzionale tra difese psichiche e corporee.

Il carattere è l’espressione unitaria della funzione dell’individuo sia in campo psichico che in quello somatico; esso è l’atteggiamento fondamentale con cui l’individuo affronta la vita.

In sintesi, è possibile determinare il carattere di una persona studiando il suo comportamento oppure analizzando le attitudini del corpo quali si rivelano nella forma e nel movimento.

La struttura corporea e caratteriale sono due aspetti del modo di essere di un individuo.

Se il carattere è la risultante di forze opposte (guida e difesa dell’Io), separare l’Io dalla struttura caratteriale nella quale è incorporato significa aprire la strada ad un cambiamento della struttura fisica.

“Leggere” un corpo permette di percepirne gli squilibri e le tensioni muscolari ristabilendone l’energia; sciogliere una tensione muscolare vuol dire liberare un ricordo, un affetto…permettendo di ri-utilizzare l’energia bloccata.

L’uomo tende a verbalizzare e razionalizzare a scapito del vissuto del corpo e degli affetti; si tratta di decifrare ciò che è espresso dal corpo, il trauma che può nascondere e la localizzazione delle ansietà dalle quali involontariamente si difende.

Reich e Lowen valorizzano il corpo e le sue manifestazioni sottolineando come esse non obbediscano solo alle leggi di natura istintuale ma anche ai principi di natura simbolica; ogni organo possiede un ruolo funzionale e biologico ma anche uno simbolico corrispondente.

Cosa potrebbe voler comunicare l’inconscio del paziente attraverso la malattia, vista come forma particolare del linguaggio del corpo?

Per la psicosomatica, la malattia può rappresentare un momento di riflessione sulla situazione esistenziale dell’individuo; essa cerca “le ragioni della malattia “.

Ogni apparato del nostro corpo oltre ad essere una parte inserita nel totale e complesso funzionamento dell’individuo, rappresenta l’oggettivazione di una funzione indispensabile alla vita.
Il corpo, attraverso la malattia, comunica segnalando all’individuo un conflitto al fine di indurlo a ricercarne la causa e l’eventuale soluzione.
Il corpo parla attraverso la malattia invitando l’Io ad una presa di coscienza; l’organo leso rinvia al valore della sua funzione.

Una parte della comunicazione del nostro corpo inoltre, passa attraverso il tatto ovvero la pelle.
La pelle, organo di superficie del corpo umano, rappresenta l'involucro protettivo e insieme di contatto con il mondo esterno.
Struttura di confine fra il sé ed il non sé, organo di senso e organo di fondamentale importanza nell'omeostasi, è forse più di ogni altra parte del corpo implicata nelle vicende psico-emotive dell'individuo.
Già osservando con attenzione un bambino nei primi mesi di vita, non possiamo non avvertire l'intensità comunicativa dei reciproci contatti cutanei tra madre e bambino in termini di carezze, abbracci e vari altri tipi di stimolazioni ed esplorazioni.
Osservazioni sul bambino piccolo e correlate indagini psicoanalitiche hanno sottolineato quanto sia importante la pelle come fattore di organizzazione dell'identità e delle funzioni dell'Io.
Cambiamenti anche di lieve entità, come il calore o la sudorazione delle mani, possono essere un importante segnale di vissuto emozionale, ed essere parte integrante della cosiddetta comunicazione non verbale.

Non ci si deve stupire se anche molte malattie dermatologiche, del tutto o in parte, possano essere correlate alla presenza di conflitti psicologici che proprio attraverso la pelle possono esprimersi ed esteriorizzarsi. Si potrebbe affermare che la pelle è, insieme agli occhi, lo specchio dell'anima.