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domenica 11 ottobre 2015

Ogni libro "arriva" a noi quando per noi è il momento giusto per leggerlo...

La verità sul caso  Harry Quebert è un fiume in piena, travolge il lettore e lo calamita dalla prima all'ultima pagina.

Tre persone mi hanno consigliato contemporaneamente di leggere questo libro. Sicure che io lo potessi apprezzare: una mi conosce da sempre, l'altra da qualche anno e l'ultima da pochissimo.
Ho pensato fosse una strana coincidenza che tre persone diverse, mi suggerissero di leggere questo giallo nello stesso momento, senza essersi consultate... sapevano che ne avrei colto il lato filosofico!
La matrice comune che unisce i personaggi è il vivere la vita senza esser veramente se stessi. Da essi si differenzia però, il personaggio principale Marcus Goldman, come colui che ha il coraggio di attuare il cambiamento per "vivere" nella vita e per la vita, ascoltando  la sua anima "senziente".  
Un libro avvincente, un intreccio di storie dove il passato risorge e non si fa seppellire, quasi come possibilità di redenzione per un nuovo inizio.   
Un libro giallo con un buon spunto di riflessione!        

giovedì 11 giugno 2015

Nuova richiesta di una mia pubblicazione sulla Rivista online MammeaMilano

Riflessioni sulla cura come Io/ Tu......





Se nell’aver cura si realizza il superamento di una prospettiva egoica a vantaggio di una visione universale con la “relativizzazione” di noi stessi, non si può non focalizzare l’attenzione sulla dimensione relazionale con il mondo dell’Altro.
Le relazioni che si creano tra le persone sono il risultato di uno sforzo finalizzato al prender coscienza di noi stessi, al nostro essere insieme all’altro per raggiungere quella visione universale grazie alla quale saremo capaci di metterci al posto degli altri, superando la nostra parzialità.  Continua  su...MammeaMilano rivista online MammeaMilano

domenica 27 luglio 2014

Un inizio di ermeneutica con la filosofia come strumento


Nel libro "La casa di psiche", l’attraversamento filosofico sostenuto da Galimberti ha come scopo quello di offrire all’individuo una considerazione più ampia dell’idea di verità andando a vedere quali sono le cause dei difetti e dei problemi della nostra contemporaneità.
Sostiene che viviamo in una società affetta dalla malattia del “Senso”.
 La richiesta del sostegno del consulente filosofico da parte dell’individuo, probabilmente è da attribuirsi al fatto che la compenetrazione tra sè stesso e il mondo non esibisce un autoevidenza di senso (quello che egli fa non gli appare automaticamente sensato).
Ora, finche l’individuo si identifica nella realtà in cui è (tecnologica), muovendosi su un livello pratico le risposte e le soluzioni sono semplici; ma non è nella prassi che si cerca il Senso.
La ricerca di quest’ ultimo ha a che fare con la ricerca della verità e di un fondamento che aiuti l’uomo a sostenere la sua prassi.
Compito del consulente filosofico è aiutare la persona a superare la malattia del senso reimpostando il problema, ovvero abituando l’interlocutore ad una nozione di senso (scritta con la S) e ad una visione di verità non monolitica.
La filosofia insegna le verità, i fondamenti ed è lo strumento da usare per portare l’Altro a convivere con la mancanza di Senso.
Galimberti definisce sè stesso greco e gli altri individui cristiani alludendo al fatto che l’uomo greco sa che non è possibile cercare una verità che lo trascenda; egli vive senza la ricerca della verità del senso.
Greco è colui che è consapevole della tragicità dell’esistenza dell’uomo nella sua ricerca della verità, ma che considera la pratica filosofica l’unico strumento per recuperare la saggezza ovvero: seppellire l’idea della Verità.
Nietzsche invece, sosteneva che la verità è transitoria.
La filosofia dell’esistenza insegna che il valore lo produce l’uomo; è l’uomo che partorisce la verità, ed è lui che mette in pratica ed interpreta la verità poiché l’uomo esiste prima dell’idea di verità.
Parlare della parola senso significa parlare di progetto.
Umberto Galimberti, propone un itinerario attraverso la filosofia per arrivare ad una metamorfosi di tipo etico che può guidare l’uomo verso un equilibrio tra ciò che siamo e ciò che vogliamo essere, equilibrio nel quale si nasconde il segreto della felicità.

giovedì 3 aprile 2014

Tutto scorre...nulla si ferma.





"Non si può scegliere il modo di morire. E nemmeno il giorno. Si può soltanto decidere come vivere. Ora.” Joan baez


Nella nostra società la morte è vissuta soprattutto come un fattore medico. Ma essa in realtà è qualcosa di più: è un momento di enorme valore psicologico, emotivo, spirituale. Il nostro rapporto con la morte dipende dal nostro rapporto con noi stessi.
È curioso come un tema così forte come la morte, un tema che la società sfugge e nega, in realtà incuriosisca e quasi per assurdo attragga l’individuo, attivando in esso pensieri ed emozioni diverse. Questa considerazione nasce da un attenta osservazione e riflessione sulle discussioni emerse in gruppi differenti durante gli aperitivi filosofici che conduco da due anni. Pur affrontando tematiche diverse dalla morte spesso capita che il gruppo o alcune persone che vi partecipano, spostino il focus su tale argomento.
Questo mi fa riflettere che il nostro vivere in una cultura dell'immediato,dove ogni cosa si aggiusta e sostituisce non considerando la possibilità di altre variabili;  in realtà è un’ancora  alla quale ci si aggrappa per nascondere le nostre fragilità e paure. Nonostante ciò,  le persone hanno l’esigenza e il bisogno di parlare sulla morte. Si discute di essa come morte fisica e come morte simbolica. Simbolica nel senso di trasformazione, passaggio, cambiamento di vita, di crescita,  la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro. 
La paura e l'attrazione nel contempo per questa signora vestita di nero, difficilmente permette all'individuo di pensarla come una trasformazione, come un cambiamento da una situazione all'altra. Ma se pensiamo all’infanzia, all’adolescenza, alla maturità, vediamo che sono cicli della nostra vita che muoiono e che rinascono. Il bambino lascia il posto all’adolescente e l’adolescente al ragazzo e via discorrendo…ogni volta nasce un individuo diverso da ciò che era prima. Si cambia, ci si trasforma e per questo è inevitabile lasciar andare ciò che siamo stati per diventare ciò che siamo. Questo non significa che non conserviamo dentro di noi le memorie del passato anzi, è proprio su di esse che il nostro vivere continua, ma sono solo “memorie” perché ormai il cambiamento è stato messo in atto.
In fondo anche con la morte fisica, con la perdita di una persona cara, la sua memoria continua a vivere nel nostro cuore, nella nostra parte intima, è in noi e non ci lascerà perché fa parte del nostro essere ed è così che in fondo continua ad esserci. Non si pensa mai al legame che esiste tra nascere e morire. Certo, paragonare l'inizio con la fine, la gioia con il dolore non è sicuramente facile da accettare, ma l'atto del nascere è comunque una trasformazione, un morire. Muore il mondo della vita intrauterina: il bambino non può vedere, non sa parlare, ha una percezione solo confusa del suo corpo, non sa dove si trova, non è più protetto dal calore della placenta, si trova gettato fuori, esposto alla vita. Venire al mondo è un trauma, è paura… Il pianto è un grido come manifestazione dell’abbandono di un mondo protetto verso uno sconosciuto e duale, non più tutt’uno con la madre. Nel passaggio dalla vita alla morte non ci troviamo forse di fronte alla stessa inquietudine? Alla stessa paura del non conosciuto? Dell’abbandono? Dell’esser soli? Non è un caso che nel congedarsi dalla vita  si torni a chiamare la propria madre……

Forse...se imparassimo a vivere pensando che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo… vivremmo la vita come un dono che si rinnova, sentendo in ogni cellula del nostro corpo la gioia immensa di esserci! .

martedì 28 gennaio 2014

"Quando si parla di salute e benessere...."



Nel panorama del nuovo approccio per la salute e il benessere, l'ecobiopsicologia mira allo studio della complessità del rapporto UOMO-NATURA.

lunedì 14 ottobre 2013

La potenza del simbolo




I simboli sono spesso considerati semplicemente segni convenzionali per indicare concetti arbitrari, ma in verità sono il “tratto” d’unione di realtà quali: segno/significato, corpo/spirito, individuo/società, verità/fantasia.

Pochi conoscono la potenza che ha il simbolo per la conoscenza dell’essere umano. Eppure, viviamo circondati da simboli che usiamo per rapportarci con il mondo. La moda, i continui modelli super tecnologici in campo informatico non sono altro che simboli di noi stessi, di come siamo o ci sentiamo. La corsa all’acquisto dell’ultimo smartphone, ipad denota un simbolo d’appartenenza ad una società definibile all’avanguardia,.tecnologica.Il simbolo è il nostro specchio… .
In fondo fin da piccolo, attraverso il  gioco simbolico, il bambino cerca di superare  paure ed ostacoli rappresentando simbolicamente le azioni che gli creano disagio.Osservarlo è’ utile a comprendere “cosa” egli stia dicendo di sé.
Il simbolo è lo strumento, la chiave di lettura del nostro essere interiore, un rito che permette all’inconscio di percorrere uno spazio transazionale dove muoversi; non con le parole, ma con gesti e possibilità concrete di essere che si manifestano attraverso il piano emotivo.
Un lapsus, un atto mancato, una dimenticanza, un disegno, un sogno, una metafora, una fiaba, sono segnali del nostro Sè, strumenti non razionali che permettono alla persona di “raccontarsi,” senza accorgersi che sta parlando di sé stesso e delle proprie emozioni demolendo  le difese della ragione.
 Nel counseling, i simboli portati dalla persona, devono esser ampliati cercando di comprendere cosa suggerisce quel “simbolo” a quella persona; è l’individuo che attribuisce il significato al simbolo scelto.
L’utilizzo della metafora ad esempio, è uno strumento per aiutare il cliente ad aprire delle storie di sé che non riesce ad esplicitare o che ancora non conosce.
La metafora, è un ponte tra l’intra ed inter psichico; per la neuropsicologia essa è letta dall’emisfero destro del cervello che, avendo una visione gestaltica riesce a condensare tutto ciò che un aspetto rappresenta nella sua globalità attraverso l’uso di una parola-frase. La parte destra comprende per immagini (parte intuitiva), la parte sinistra è la parte logica legata al linguaggio..
Un utilizzo importante della metafora si ha nella tecnica delle visualizzazioni per lavorare sulla possibile regressione di alcuni sintomi di alcune malattie.
Viene chiesto al malato di visualizzare una immagine positiva che egli “sente” propria così che attivi nella sua sfera interiore emozioni profonde da poter ripercorrere quotidianamente come esercizio possibile di auto guarigione. Ovviamente questa tecnica è completamente soggettiva, ogni persona individua l’immagine che gli appartiene e la fa propria.
I disturbi organici dell’individuo possono, con l’aiuto delle metafore, esser indagati cercando di capirne il significato e l’origine.
Un enorme giacimento d’informazioni su di noi, sotto forma simbolica, è sepolto nel nostro mondo onirico. C’è un tesoro nascosto in quel misterioso paese che è il mondo del sogno.
Il sogno rappresenta l’inconscio, leggerne i significati simbolici ci permette di passare dal piano della fantasia a quello della realtà.

giovedì 17 gennaio 2013

Cinquanta ....sfumature...




“Scandaloso, bollente, il bestseller di cui non si può smettere di parlare….”

Cinquanta sfumature di grigio, di nero…di rosso. Inizialmente, viste le recensioni dei critici non positive su questa trilogia, non mi sono proprio interessata alla lettura, veniva presentato come un romanzo di poco spessore, non intellettuale…un classico romanzo rosa.
Successivamente, ascoltando l’opinione positiva di più persone che avevano letto la trilogia, mi sono incuriosita. Mi sono chiesta cosa ha spinto la maggior parte delle donne ad “adorare” la trilogia e il suo personaggio Christian Grey, cosa aveva colpito il pianeta femminile? A sentire i discorsi delle lettrici, l’interesse comune era il sesso estremo, l’erotismo.
Non è un romanzo di letteratura erotica, non è un “Histore d’O” e nemmeno un “Delta di Venere”.
Più leggevo e più mi stupivo dell’entusiasmo e della sorpresa di parecchie donne riguardo ai giochi sessuali della coppia Grey-Steele; quasi fosse un mondo sconosciuto, un mondo di cui non si è mai letto o scritto!
L’attenzione e il successo sono nati perché la maggior parte delle donne si sono concentrate sulle fantasie e capacità sessuali del protagonista? O per la sorpresa che tutto ciò esista esternando una sorta di desidero nel voler esser un Anastasia Stelee?
Il desiderio nasce dalla mancanza di qualcosa che non si ha, ma si vorrebbe….ma allora nella società c’è una mancanza di soddisfazione sessuale nel rapporto di coppia? C’è voglia di trasgressione? Perché è stata colta maggiormente questa parte del libro e non l’amore che nasce con fatica e timore tra i protagonisti? Notevole è il sentimento che si è venuto a creare tra i due. Entrambi anelano al bene dell’altro pur rimanendo fedeli a se stessi, senza annullarsi come persone. Gli sforzi enormi del protagonista per superare il proprio lato sadomaso, il dolore di tornare al passato, la forza di rompere con certi schemi che per anni erano stati la sua difesa pur di avere l’amore di Ana e, Ana, inesperta, ma intelligente e capace che accetta di volta in volta di fidarsi aspettando che anche lui si fidi di lei….
Il loro amore cresce al punto da esser terrorizzati all’idea che qualcosa di brutto possa accadere all’uno o all’altro, lui protegge lei e lei protegge lui.
Un uomo che vuole la sua compagna come “unica”, la numero uno, la sola alla quale ha donato la sua parte più intima. Un uomo di successo che arriva a riconoscere i propri limiti e insicurezze senza sentirsi sminuito o meno virile, ma che desidera superarsi per la felicità non solo di se stesso, ma della coppia.
Un uomo ricco che fa regali costosissimi, ma … “pensati”! Collegati al ricordo di un momento felice trascorso insieme.
Pare che tutto questo sia passato in secondo piano.......

martedì 24 luglio 2012

In...bilico..

Foto di Jessica Morelli



Conduciamo la nostra vita alla continua ricerca di “certezze”, desideriamo la sicurezza economica, professionale, sentimentale, fisica…ma in realtà nessuna certezza esiste. 

Siamo in “bilico” in ogni momento, minuto o secondo dell’esistenza; possediamo il libero arbitrio, ma nessuno sa cosa nasconde veramente il domani. Facciamo delle scelte con consapevolezza, con raziocinio, ma ogni scelta fatta, giusta o sbagliata che sia, è un salto nel buio. Solo poi…possiamo sapere se abbiamo fatto bene o male .

L’uomo ha bisogno di punti fermi a cui aggrapparsi altrimenti vagherebbe nel vuoto. L’adulto come il bambino ha bisogno di sentirsi protetto e accudito, di sapere che c’è sempre un “porto sicuro” dove approdare. Nonostante ciò viviamo in “bilico”; non perché non siamo liberi di scegliere, ma è proprio il poter scegliere che ci porta a cambiare, a esser diversi. Quello che prima ci apparteneva ora non ci appartiene più e mai l’avremmo detto!

Un amore spesso finisce perché uno dei due partner non vede più l’altro con gli occhi di un tempo, pensava di essere e di volere quella persona, ma in realtà non è così. Ciò non significa che non fosse innamorato o non desiderasse quel rapporto , ma ciò che pensava esser un certezza , adesso non lo è più. Era in “bilico” pensando di non esserlo…

Viviamo in “bilico” perché siamo umani, perché le circostanze e la realtà esterna ci porta a crescere e a cambiare. Questa consapevolezza deve essere presente nel momento in cui ci troviamo a decidere di noi stessi, ma non come fonte di pessimismo bensì come fonte di equilibrio di fronte a difficoltà e cambiamenti nel percorso di ricerca di “soluzioni migliori” per del nostro benessere psicofisico.