domenica 7 agosto 2011

Femminilità

Foto di Massimo Mannucci
“La femminilità è una condizione intima, uno stato interiore, da leggere fra le righe, tra un portamento e un’espressione del viso, tra un discorso e un modo di camminare.”
 
È qualcosa in più… capace di rendere attraenti anche donne non bellissime. Una magia sottile, che alcune più di altre sono in grado di padroneggiare.
Una donna può essere femminile anche quando non è visibile, quando è lontana dagli sguardi altrui, perché il suo è un atteggiamento spontaneo e naturale che fa parte della sua essenza…del suo modo di essere, di muoversi e di vivere la vita. La femminilità non s’insegna, femminili non si diventa... femminili si è e basta. La femminilità dipende da quello che si ha dentro, ma non solo... ci sono tanti fattori che mescolati rendono la donna femminile. Quei gesti naturali che sono propri di una donna aggraziata, l’eleganza , il sorriso, il modo di parlare….
 
Alcune donne scambiano l’esser femminile con l’apparire, con la bellezza o con lo indossare vestiti di marca, ma il corpo non è un appendiabiti! Non basta e non serve indossare un vestito o una scarpa fashion per esser femminile, il vestito ci deve appartenere, deve “coprire” il nostro corpo quasi come una seconda pelle….che senso ha indossare un abito che non rispecchia la nostra identità?
Una donna se è femminile sta bene con tutto perché l’eleganza è dentro di lei, è nella cura che ha di sé, nell’importanza che da al dettaglio, al profumo che emana ….è qualcosa di non definibile, ma che esiste.
Ogni donna ha “in sé” la sua femminilità, il problema è che sembra che a poche interessi tirarla fuori, renderla visibile! E’ la parte più bella dell’esser donna eppure, tante donne pare se ne siano dimenticate. Basta osservarne il portamento o la camminata…per notare come alcune di esse si trascinano o camminano come se avessero degli scarponi da sci ai piedi! Preferiscono apparire aggressive, forse la dolcezza è un difetto? Una donna dolce può esser anche aggressiva se è necessario.
Il femminile è un dono prezioso che spesso giace addormentato nella parte più intima della donna e che richiede di esser risvegliato; non attraverso scollature o comportamenti da civetta, ma attraverso un atteggiamento “delicato” che faccia emergere la parte vera e seducente della donna da cui deriva il suo potere.
La donna oggi ha sepolto la femminilità in nome della parità e della presunta libertà conquistata. Negare la femminilità ci fa sentire pari all’altro sesso? Ma,perché questa continua esigenza di parità o superiorità? La donna e l’uomo sono individui diversi e così deve essere; questo non significa che la donna sia più debole anzi, a volte è il contrario.
L’importante è che ognuno accetti la propria individualità. Ci sono caratteristiche comportamentali che appartengono all’uomo e altre alla donna….
La femminilità è anche carattere, solarità e ottimismo, dolcezza e coraggio…un esempio di donna femminile? Audrey Hepburn, l’icona della femminilità!






domenica 17 luglio 2011

Filsofia di vita....




Sovente la nostra mente si carica di pensieri inutili, di congetture, di ipotesi, supposizioni negative inquinando di conseguenza le nostre emozioni.

Viviamo in un mondo dove  nulla è spontaneo, ma tutto pensato, calcolato, studiato….tutto deve portarci ad un obiettivo pressoché egoistico.

Leggendo l’ultimo libro di Ludovica Scarpa, “Lo zen del gatto”, ci si rende veramente conto di quanto sarebbe positivo per l’uomo metter in atto una filosofia di vita simile a quella del gatto. I gatti appartengono solo a sé stessi, sono autonomi affettivamente, accettano le situazioni che gli capitano senza scomporsi più di tanto. Non si annoiano, hanno la capacità di “fermarsi”, di accettare e godere del silenzio e della solitudine; se si trovano in una situazione di disagio, se ne vanno…semplicemente si spostano da quel contesto.

Credo che anche noi, esseri umani, dovremmo avere la capacità di farci scivolare ciò che non è importante nella vita, senza perdere tempo in recriminazioni o rancori per cose o persone poco rilevanti evitando sofferenze inutili. Non si parla di menefreghismo, ma solo di imparare a valutare ciò che necessita un investimento delle nostre energie emotive. Una giusta scala di valori morali.

Dobbiamo sempre dimostrare di esser bravi ed efficienti in ogni azione o attività intrapresa, continuiamo a correre, a voler “fare” quasi per colmare possibili spazi vuoti dove ritrovarsi a riflettere in compagnia di noi stessi e delle nostre paure.

Ma perché poi è così dominante esser “bravi” in ogni cosa? E’ forse l’unico modo per esser considerati dalla società? Dagli altri? Non basta esser semplicemente se stessi?

Cerchiamo sempre di controllare che tutto vada come vogliamo…..non andiamo mai per il verso delle cose.

Alcune persone hanno bisogno di crearsi un malcontento lamentandosi perché non hanno ciò di cui credono di aver bisogno per poi scoprire che non è così….altri si “attaccano” al sapere per aver ragione e dominare la paura di esser più deboli non quindi per il puro piacere della conoscenza, ma per difesa….ma da cosa? Da cosa dobbiamo difenderci? “Zorro è un gatto speciale, non ha bisogno di argomenti per essere un buon gatto, lo è e basta.” Così scrive Ludovica Scarpa.

domenica 26 giugno 2011

Bambini dimenticati




Scordarsi un figlio di pochi mesi in macchina sembra impossibile. Ma succede anche a genitori più premurosi e attenti.
Troppo spesso ci fidiamo della nostra mente, crediamo che il cervello sia una macchina infallibile e instancabile, che attraverso la ragione tutto si controlla e nulla si sbaglia.
Non è sempre così.
Leggendo un articolo sui bambini “dimenticati” in auto di Gene Weingarten, The Washington Post, Stati Uniti; ci si accorge di quanto invece sia pericolosa la nostra mente se sfruttata ed utilizzata in modo scorretto.

Il profilo psicologico che si evince nella descrizione di numerosi casi di genitori che hanno perso e non ucciso un figlio perché dimenticato in auto, è quello di un padre o di una madre attenta, premurosa, più o meno abbiente, diplomata o laureata. 
Non esiste un profilo ricorrente fra genitori a cui è capitata questa tragedia.
Non è una questione di cura, di amore o non amore, ma di incapacità a “fermarsi”, a non farsi catturare da quel vortice frenetico di impegni lavorativi, carrieristici, economici e familiari che oggi la nostra società ci chiama a rispondere.
Non a caso definiamo le mamme mamme multi task; termine a prima vista positivo, di persone attive e capaci nella gestione del menage familiare, ma alle quali forse si chiede troppo. Le azioni del quotidiano per il nostro cervello diventano degli automatismi che non necessitano di memoria a breve termine, come quando percorriamo una strada conosciuta senza ricordarne il percorso ed è per questo che si cade facilmente nella distrazione.
Ma per alcuni è possibile rallentare il proprio ritmo di vita o cause contingenti non lo permettono? E ‘ possibile scegliere?
Giudicare e colpevolizzare dall ‘esterno è facile, ci fa sentire al sicuro, ci difende dal credere che ciò che è successo ad altri non possa capitare anche a noi. Le vicende descritte nell’articolo di Weingarten invece, dicono chiaramente come tragedie di questo genere possano succedere a chiunque.
Non si vuole giustificare una dimenticanza così terribile, ma solo capire, affinchè simili tragedie non si ripetano. La condanna di un genitore che ha dimenticato il proprio figlio di pochi mesi in macchina è una condanna a vita, dove la rielaborazione del lutto credo non abbia mai fine. 
L'invito è di leggere l'articolo di  Gene Weingarten.

lunedì 13 giugno 2011

Mask.....





Gigliola appare una ragazza buona, premurosa e gentile con tutti; è una di quelle persone definibili “pulite”, oneste, sensibili e comprensive.
Nonostante tutto, c’è qualcosa in lei di impenetrabile; dietro la sua affidabilità si cela un muro invisibile che blocca, impedendo a chiunque di “entrare” nel suo mondo interiore.
Dove per entrare nel suo mondo interiore non intendo violare la sua privacy o riservatezza, ma semplicemente raccontarsi, esternare i propri dubbi, esprimere le proprie preoccupazioni, narrare, se capita, episodi della propria vita.
Sempre disponibile all’ascolto, lascia che l’altra persona abbia lo spazio necessario per esprimersi senza lasciarne un po’ per sé! Altruismo?
Il suo comportamento sembra molto sincero; considera l’ amicizia una fortuna.
Questo suo atteggiamento estremamente positivo, cela dall’altro lato comportamenti che a volte denotano superficialità forse non voluta, nel senso di non riuscire a “calarsi” in realtà ovvie, quasi oggettive..
Nel suo modo di vestire è sempre molto coperta nonostante faccia caldo; specialmente la parte superiore del corpo. Indossa dolcevita o camicie ben abbottonate che non slaccia nemmeno quando la temperatura aumenta. Timidezza o il vestito serve a nascondere qualcosa di sé?
Questa è la descrizione di come, a volte, le persone vogliono apparire, ma in realtà sono molto diverse….quanti di noi indossano una maschera per poter essere accettati dalla società? O quanti la indossano per convenienza? Rimanere in superficie nella conoscenza di una persona, fermarsi all’apparire senza prenderci il giusto tempo per comprendere e sentire veramente chi abbiamo di fronte. Intrappolati nel bisogno di giudicare, capita di esse tratti in inganno e,magari soffrire per aver instaurato un legame affettivo con chi ci appariva profondo e sincero.
In realtà Gigliola non era proprio come sembrava…buona, onesta e sensibile, ma l’esatto opposto. Celava un forte opportunismo ed una scarsa capacità di instaurare legami affettivi veri. Le persone erano come gli oggetti, ogni sua conoscenza era legata ad un suo utilizzo diverso; questo le permetteva di non investire affettivamente…..innalzando intorno a sé uno scudo che la proteggeva da eventuali sofferenze o delusioni, almeno dove era possibile, ma cosa è meglio: “una vita autentica con gioie e sofferenze che aiutano a crescere interiormente con la possibilità di migliorarsi affrontando le paure che fuggiamo o una vita "altra" che mai ci dirà chi siamo veramente?”

















mercoledì 25 maggio 2011

Riflessioni sulla cura come Io/ Tu......





Se nell’aver cura si realizza il superamento di una prospettiva egoica a vantaggio di una visione universale con la “relativizzazione” di noi stessi, non si può non focalizzare l’attenzione sulla dimensione relazionale con il mondo dell’Altro.
Le relazioni che si creano tra le persone sono il risultato di uno sforzo finalizzato al prender coscienza di noi stessi, al nostro essere insieme all’altro per raggiungere quella visione universale grazie alla quale saremo capaci di metterci al posto degli altri, superando la nostra parzialità.

Parlare di relazione, prendendo coscienza di essere insieme all’altro nel senso Heideggeriano del fianco a fianco o secondo il pensiero di Levinàs del faccia a faccia, dell’Io/Tu ci permette di aprire la strada verso il confronto come scambio, con il vissuto individuale di ognuno di noi.

Il ponte che lega noi e l’altro è la relazione, non si può scindere, infatti, la cura di sé dalla cura del noi (relazionale). Attraverso lo sguardo dell’Altro ci accorgiamo che non possiamo stare soli e che per giungere ad un sé libero è necessaria la sua mediazione. Epicuro vede l’ascolto come una pratica di cura, come la sospensione di noi stessi per cogliere così “l’ essenza interiore” dell’Altro.

La relazione di cura che può nascere tra infermiere e paziente, ha delle analogie con la relazione materna, ma senza legami affettivi; le persone coinvolte sono padroni delle proprie “storie” ma, al contempo si nutrono delle storie degli altri creando così una sorta di osmosi, un’idea di relazione complementare dove il malato occupa una posizione di dipendenza verso l’infermiere visto come l’anello di congiunzione tra soggetto e medico, tra malattia e guarigione.

La capacità di andare oltre un Io (infermiere) che comunica i propri saperi unilateralmente all’Altro (paziente) visto come colui che subisce, è la base per una buona pratica di cura nella quale i singoli individui cooperano per il raggiungimento di un unico scopo: un vero processo di guarigione. Non si può curare il corpo senza curare l‘anima.

Pensare ad una vera relazione amicale è quasi utopico, l’amicizia si basa su valori che secondo me oggi, sono offuscati dalla competizione e dall’attenzione per l’individuo nella singolarità del suo essere. L’onestà, la fiducia, la sincerità sono valori impegnativi che per essere applicati ci costringono a fermarci a riflettere sul nostro Essere nel mondo, nel senso di contribuire ad un benessere relazionale che ci permette di capire e forse perdonare la persona che ci sta accanto e chiamiamo amica, ma tutto questo può creare sensi di colpa e quindi ancora una volta, portarci a guardare con consapevolezza il nostro Sé per attuare un percorso interiore volto all’autenticità del nostro modo di condurci nel mondo.

Etica della cura significa mettere continuamente sotto esame la propria vita ed esercitarsi a mantenere una direzione di pensiero ed azione conforme alla scelta esistenziale fatta in qualsiasi campo si operi: educativo, giuridico, politico, religioso.

mercoledì 18 maggio 2011

La cura come essenza d'essere.....

Tutti hanno la necessità vitale di ricevere e dare cura, poiché la cura è l’essenza d’essere, ovvero di esistere. Sembra quasi che l’individuo attraverso la cura di sé si materializzi, dia un senso al proprio essere nel mondo.

In ogni epoca gli uomini hanno cercato di rispondere alle domande sull’origine della nostra esistenza: “Da dove veniamo?” Ma è nel periodo ellenistico che lo sguardo viene spostato sul soggetto nel suo divenire: l’attenzione è rivolta non più sulla ricerca di un dove, ma su come l’uomo possa essere felice. Epicuro sostiene che “Vuota è la parola che non cura i mali dell’anima”, i filosofi ellenistici si interrogano su come l’uomo possa essere felice; iniziando a sentire il bisogno di un sé individuale di cui aver cura dove la cura è la cosa essenziale all’esistenza dell’uomo per star bene.

Heidegger sostiene che la cura di sé è il modo fondamentale dell’essere dell’esserci, è il modo attraverso il quale l’uomo può esistere, esserci, ma esserci nel senso di farne parte; formare il proprio animo attraverso un lavoro su sé stessi che coinvolga non solo il pensiero, ma anche la sensibilità, la volontà e le emozioni attraverso un continuo esercizio di rimessa in discussione di sé e del proprio rapporto con gli altri, scegliendo liberamente di essere quel “sé stesso”.

Io credo che il concetto di cura inteso da Heidegger stia riemergendo nella nostra società come un bisogno essenziale per dar un senso al nostro mondo globalizzato che si affida ciecamente alla tecnica con la convinzione di essere nel giusto, pur sentendosi un mondo miserevole in quanto privo di senso.

Prendersi cura di sé significa fermarsi, ascoltarsi ed ascoltare l’ALTRO dove l’altro può essere:la vita,le relazioni sociali, l’educazione, il desiderio, la responsabilità, il corpo e l’universo interiore al quale apparteniamo. Un percorso nella direzione della cura di sé, della consapevolezza, dell’autenticità e del confronto per interrogarsi su come si sta al mondo, cercando un senso ed imprimendo un direzione al proprio condursi è necessario come processo formativo per ogni individuo.
Parlare di una svalutazione della cura ritengo sia banale e ripetitivo.E’risaputo infatti, che nella nostra cultura c’è una svalorizzazione della cura e delle relative attività, ma il punto su cui porre l’attenzione è il perché esiste ancora questa concezione riduttiva del ruolo di chi svolge attività di cura: quale la causa e come attuare il cambiamento.

Le attività di cura sono attività che richiedono grande sensibilità e passione ed investono il lavoratore di una responsabilità che va oltre il far quadrare un bilancio economico aziendale poiché, il fulcro di tali attività non è la produzione, il progresso tecnologico, ma l’individuo nella totalità del suo essere. L’essere umano è fatto di corpo, spirito, ragione e sentimento: come possibile non elevare a figure di prestigio un’insegnante, un educatore, un infermiere?

Se questo non accade credo che la responsabilità in parte sia da attribuire al nostro sistema culturale che non ne riconosce il giusto valore.

martedì 10 maggio 2011

Il cambiamento della famiglia




Il cambiamento subito dalla società negli ultimi anni ha portato le famiglie ad una metamorfosi che spesso crea confusione nei ruoli di padre e di madre; si osservano coppie dove la madre assume sia il ruolo materno che quello paterno, portando il marito ad essere solo un componente utile a stabilire una completezza fittizia del nucleo famigliare.





Nelle generazioni precedenti, nelle famiglie patriarcali il ruolo del padre era ben definito; era colui che lavorava e portava avanti la famiglia, era l’archetipo del cacciatore. La madre era colei che si occupava dei figli e della conduzione della casa.

Oggi le donne lavorano, sono in carriera, indipendenti e autonome al punto di cadere nell’errore di sostituirsi nell’educazione dei propri figli al marito anche dove esso è presente. Madre e padre al contempo e ….la figura maschile? Dov’è? Madre e figlio inizialmente sono tutt’uno, ma il distacco è necessario per l’equilibrio della famiglia. Una buona madre deve essere capace di farsi da parte e lasciare spazio d'azione al  padre; deve permettere al marito di assumere le proprie responsabilità nell’educazione del bambino e non farlo sentire inadeguato.
Spesso assistiamo alla nascita di coppie simboliche dove la donna tende ad esser donna, madre e padre.
In questo modo i bambini crescono senza diventare veramente grandi, senza avere una differenziazione di ruoli,un modello dove rispecchiarsi. Come si può pretendere di “formare” un adulto se nella sua crescita un bambino non ha un giusto modello a cui far riferimento?
Un uomo deve fare il padre e il marito; il legame con la madre è fondamentale, ma anche quello di un padre è importantissimo. La protezione che trasmette un padre al proprio bambino è diversa da quella che gli trasmette la madre.
La madre deve evitare di assumersi tutte le competenze del ruolo educativo e se lo fa chiedersi il perché: “Perché non lascio spazio educativo al padre dei miei figli?” Non c’è un’unica risposta, le risposte sono molteplici a seconda della coppia, ma di sicuro esiste un denominatore comune: la mancanza di fiducia nel proprio partner. Un buon padre dal canto suo, deve aiutare la donna a tagliare il legame simbiotico con il proprio figlio,deve fare il marito e non permettere che si crei la nuova coppia madre-bambino, la coppia è formata dall’uomo e dalla donna, il figlio è il frutto d’amore di entrambi e non di uno solo.
La coppia è la fusione di due individui diversi, ognuno con la propria storia che, giorno dopo giorno, si modifica formando un’unità che non annulla l'autonomia di ognuno, ma ne rinforza la complicità.