domenica 17 luglio 2011

Filsofia di vita....




Sovente la nostra mente si carica di pensieri inutili, di congetture, di ipotesi, supposizioni negative inquinando di conseguenza le nostre emozioni.

Viviamo in un mondo dove  nulla è spontaneo, ma tutto pensato, calcolato, studiato….tutto deve portarci ad un obiettivo pressoché egoistico.

Leggendo l’ultimo libro di Ludovica Scarpa, “Lo zen del gatto”, ci si rende veramente conto di quanto sarebbe positivo per l’uomo metter in atto una filosofia di vita simile a quella del gatto. I gatti appartengono solo a sé stessi, sono autonomi affettivamente, accettano le situazioni che gli capitano senza scomporsi più di tanto. Non si annoiano, hanno la capacità di “fermarsi”, di accettare e godere del silenzio e della solitudine; se si trovano in una situazione di disagio, se ne vanno…semplicemente si spostano da quel contesto.

Credo che anche noi, esseri umani, dovremmo avere la capacità di farci scivolare ciò che non è importante nella vita, senza perdere tempo in recriminazioni o rancori per cose o persone poco rilevanti evitando sofferenze inutili. Non si parla di menefreghismo, ma solo di imparare a valutare ciò che necessita un investimento delle nostre energie emotive. Una giusta scala di valori morali.

Dobbiamo sempre dimostrare di esser bravi ed efficienti in ogni azione o attività intrapresa, continuiamo a correre, a voler “fare” quasi per colmare possibili spazi vuoti dove ritrovarsi a riflettere in compagnia di noi stessi e delle nostre paure.

Ma perché poi è così dominante esser “bravi” in ogni cosa? E’ forse l’unico modo per esser considerati dalla società? Dagli altri? Non basta esser semplicemente se stessi?

Cerchiamo sempre di controllare che tutto vada come vogliamo…..non andiamo mai per il verso delle cose.

Alcune persone hanno bisogno di crearsi un malcontento lamentandosi perché non hanno ciò di cui credono di aver bisogno per poi scoprire che non è così….altri si “attaccano” al sapere per aver ragione e dominare la paura di esser più deboli non quindi per il puro piacere della conoscenza, ma per difesa….ma da cosa? Da cosa dobbiamo difenderci? “Zorro è un gatto speciale, non ha bisogno di argomenti per essere un buon gatto, lo è e basta.” Così scrive Ludovica Scarpa.

domenica 26 giugno 2011

Bambini dimenticati




Scordarsi un figlio di pochi mesi in macchina sembra impossibile. Ma succede anche a genitori più premurosi e attenti.
Troppo spesso ci fidiamo della nostra mente, crediamo che il cervello sia una macchina infallibile e instancabile, che attraverso la ragione tutto si controlla e nulla si sbaglia.
Non è sempre così.
Leggendo un articolo sui bambini “dimenticati” in auto di Gene Weingarten, The Washington Post, Stati Uniti; ci si accorge di quanto invece sia pericolosa la nostra mente se sfruttata ed utilizzata in modo scorretto.

Il profilo psicologico che si evince nella descrizione di numerosi casi di genitori che hanno perso e non ucciso un figlio perché dimenticato in auto, è quello di un padre o di una madre attenta, premurosa, più o meno abbiente, diplomata o laureata. 
Non esiste un profilo ricorrente fra genitori a cui è capitata questa tragedia.
Non è una questione di cura, di amore o non amore, ma di incapacità a “fermarsi”, a non farsi catturare da quel vortice frenetico di impegni lavorativi, carrieristici, economici e familiari che oggi la nostra società ci chiama a rispondere.
Non a caso definiamo le mamme mamme multi task; termine a prima vista positivo, di persone attive e capaci nella gestione del menage familiare, ma alle quali forse si chiede troppo. Le azioni del quotidiano per il nostro cervello diventano degli automatismi che non necessitano di memoria a breve termine, come quando percorriamo una strada conosciuta senza ricordarne il percorso ed è per questo che si cade facilmente nella distrazione.
Ma per alcuni è possibile rallentare il proprio ritmo di vita o cause contingenti non lo permettono? E ‘ possibile scegliere?
Giudicare e colpevolizzare dall ‘esterno è facile, ci fa sentire al sicuro, ci difende dal credere che ciò che è successo ad altri non possa capitare anche a noi. Le vicende descritte nell’articolo di Weingarten invece, dicono chiaramente come tragedie di questo genere possano succedere a chiunque.
Non si vuole giustificare una dimenticanza così terribile, ma solo capire, affinchè simili tragedie non si ripetano. La condanna di un genitore che ha dimenticato il proprio figlio di pochi mesi in macchina è una condanna a vita, dove la rielaborazione del lutto credo non abbia mai fine. 
L'invito è di leggere l'articolo di  Gene Weingarten.

lunedì 13 giugno 2011

Mask.....





Gigliola appare una ragazza buona, premurosa e gentile con tutti; è una di quelle persone definibili “pulite”, oneste, sensibili e comprensive.
Nonostante tutto, c’è qualcosa in lei di impenetrabile; dietro la sua affidabilità si cela un muro invisibile che blocca, impedendo a chiunque di “entrare” nel suo mondo interiore.
Dove per entrare nel suo mondo interiore non intendo violare la sua privacy o riservatezza, ma semplicemente raccontarsi, esternare i propri dubbi, esprimere le proprie preoccupazioni, narrare, se capita, episodi della propria vita.
Sempre disponibile all’ascolto, lascia che l’altra persona abbia lo spazio necessario per esprimersi senza lasciarne un po’ per sé! Altruismo?
Il suo comportamento sembra molto sincero; considera l’ amicizia una fortuna.
Questo suo atteggiamento estremamente positivo, cela dall’altro lato comportamenti che a volte denotano superficialità forse non voluta, nel senso di non riuscire a “calarsi” in realtà ovvie, quasi oggettive..
Nel suo modo di vestire è sempre molto coperta nonostante faccia caldo; specialmente la parte superiore del corpo. Indossa dolcevita o camicie ben abbottonate che non slaccia nemmeno quando la temperatura aumenta. Timidezza o il vestito serve a nascondere qualcosa di sé?
Questa è la descrizione di come, a volte, le persone vogliono apparire, ma in realtà sono molto diverse….quanti di noi indossano una maschera per poter essere accettati dalla società? O quanti la indossano per convenienza? Rimanere in superficie nella conoscenza di una persona, fermarsi all’apparire senza prenderci il giusto tempo per comprendere e sentire veramente chi abbiamo di fronte. Intrappolati nel bisogno di giudicare, capita di esse tratti in inganno e,magari soffrire per aver instaurato un legame affettivo con chi ci appariva profondo e sincero.
In realtà Gigliola non era proprio come sembrava…buona, onesta e sensibile, ma l’esatto opposto. Celava un forte opportunismo ed una scarsa capacità di instaurare legami affettivi veri. Le persone erano come gli oggetti, ogni sua conoscenza era legata ad un suo utilizzo diverso; questo le permetteva di non investire affettivamente…..innalzando intorno a sé uno scudo che la proteggeva da eventuali sofferenze o delusioni, almeno dove era possibile, ma cosa è meglio: “una vita autentica con gioie e sofferenze che aiutano a crescere interiormente con la possibilità di migliorarsi affrontando le paure che fuggiamo o una vita "altra" che mai ci dirà chi siamo veramente?”

















mercoledì 25 maggio 2011

Riflessioni sulla cura come Io/ Tu......





Se nell’aver cura si realizza il superamento di una prospettiva egoica a vantaggio di una visione universale con la “relativizzazione” di noi stessi, non si può non focalizzare l’attenzione sulla dimensione relazionale con il mondo dell’Altro.
Le relazioni che si creano tra le persone sono il risultato di uno sforzo finalizzato al prender coscienza di noi stessi, al nostro essere insieme all’altro per raggiungere quella visione universale grazie alla quale saremo capaci di metterci al posto degli altri, superando la nostra parzialità.

Parlare di relazione, prendendo coscienza di essere insieme all’altro nel senso Heideggeriano del fianco a fianco o secondo il pensiero di Levinàs del faccia a faccia, dell’Io/Tu ci permette di aprire la strada verso il confronto come scambio, con il vissuto individuale di ognuno di noi.

Il ponte che lega noi e l’altro è la relazione, non si può scindere, infatti, la cura di sé dalla cura del noi (relazionale). Attraverso lo sguardo dell’Altro ci accorgiamo che non possiamo stare soli e che per giungere ad un sé libero è necessaria la sua mediazione. Epicuro vede l’ascolto come una pratica di cura, come la sospensione di noi stessi per cogliere così “l’ essenza interiore” dell’Altro.

La relazione di cura che può nascere tra infermiere e paziente, ha delle analogie con la relazione materna, ma senza legami affettivi; le persone coinvolte sono padroni delle proprie “storie” ma, al contempo si nutrono delle storie degli altri creando così una sorta di osmosi, un’idea di relazione complementare dove il malato occupa una posizione di dipendenza verso l’infermiere visto come l’anello di congiunzione tra soggetto e medico, tra malattia e guarigione.

La capacità di andare oltre un Io (infermiere) che comunica i propri saperi unilateralmente all’Altro (paziente) visto come colui che subisce, è la base per una buona pratica di cura nella quale i singoli individui cooperano per il raggiungimento di un unico scopo: un vero processo di guarigione. Non si può curare il corpo senza curare l‘anima.

Pensare ad una vera relazione amicale è quasi utopico, l’amicizia si basa su valori che secondo me oggi, sono offuscati dalla competizione e dall’attenzione per l’individuo nella singolarità del suo essere. L’onestà, la fiducia, la sincerità sono valori impegnativi che per essere applicati ci costringono a fermarci a riflettere sul nostro Essere nel mondo, nel senso di contribuire ad un benessere relazionale che ci permette di capire e forse perdonare la persona che ci sta accanto e chiamiamo amica, ma tutto questo può creare sensi di colpa e quindi ancora una volta, portarci a guardare con consapevolezza il nostro Sé per attuare un percorso interiore volto all’autenticità del nostro modo di condurci nel mondo.

Etica della cura significa mettere continuamente sotto esame la propria vita ed esercitarsi a mantenere una direzione di pensiero ed azione conforme alla scelta esistenziale fatta in qualsiasi campo si operi: educativo, giuridico, politico, religioso.

mercoledì 18 maggio 2011

La cura come essenza d'essere.....

Tutti hanno la necessità vitale di ricevere e dare cura, poiché la cura è l’essenza d’essere, ovvero di esistere. Sembra quasi che l’individuo attraverso la cura di sé si materializzi, dia un senso al proprio essere nel mondo.

In ogni epoca gli uomini hanno cercato di rispondere alle domande sull’origine della nostra esistenza: “Da dove veniamo?” Ma è nel periodo ellenistico che lo sguardo viene spostato sul soggetto nel suo divenire: l’attenzione è rivolta non più sulla ricerca di un dove, ma su come l’uomo possa essere felice. Epicuro sostiene che “Vuota è la parola che non cura i mali dell’anima”, i filosofi ellenistici si interrogano su come l’uomo possa essere felice; iniziando a sentire il bisogno di un sé individuale di cui aver cura dove la cura è la cosa essenziale all’esistenza dell’uomo per star bene.

Heidegger sostiene che la cura di sé è il modo fondamentale dell’essere dell’esserci, è il modo attraverso il quale l’uomo può esistere, esserci, ma esserci nel senso di farne parte; formare il proprio animo attraverso un lavoro su sé stessi che coinvolga non solo il pensiero, ma anche la sensibilità, la volontà e le emozioni attraverso un continuo esercizio di rimessa in discussione di sé e del proprio rapporto con gli altri, scegliendo liberamente di essere quel “sé stesso”.

Io credo che il concetto di cura inteso da Heidegger stia riemergendo nella nostra società come un bisogno essenziale per dar un senso al nostro mondo globalizzato che si affida ciecamente alla tecnica con la convinzione di essere nel giusto, pur sentendosi un mondo miserevole in quanto privo di senso.

Prendersi cura di sé significa fermarsi, ascoltarsi ed ascoltare l’ALTRO dove l’altro può essere:la vita,le relazioni sociali, l’educazione, il desiderio, la responsabilità, il corpo e l’universo interiore al quale apparteniamo. Un percorso nella direzione della cura di sé, della consapevolezza, dell’autenticità e del confronto per interrogarsi su come si sta al mondo, cercando un senso ed imprimendo un direzione al proprio condursi è necessario come processo formativo per ogni individuo.
Parlare di una svalutazione della cura ritengo sia banale e ripetitivo.E’risaputo infatti, che nella nostra cultura c’è una svalorizzazione della cura e delle relative attività, ma il punto su cui porre l’attenzione è il perché esiste ancora questa concezione riduttiva del ruolo di chi svolge attività di cura: quale la causa e come attuare il cambiamento.

Le attività di cura sono attività che richiedono grande sensibilità e passione ed investono il lavoratore di una responsabilità che va oltre il far quadrare un bilancio economico aziendale poiché, il fulcro di tali attività non è la produzione, il progresso tecnologico, ma l’individuo nella totalità del suo essere. L’essere umano è fatto di corpo, spirito, ragione e sentimento: come possibile non elevare a figure di prestigio un’insegnante, un educatore, un infermiere?

Se questo non accade credo che la responsabilità in parte sia da attribuire al nostro sistema culturale che non ne riconosce il giusto valore.

martedì 10 maggio 2011

Il cambiamento della famiglia




Il cambiamento subito dalla società negli ultimi anni ha portato le famiglie ad una metamorfosi che spesso crea confusione nei ruoli di padre e di madre; si osservano coppie dove la madre assume sia il ruolo materno che quello paterno, portando il marito ad essere solo un componente utile a stabilire una completezza fittizia del nucleo famigliare.





Nelle generazioni precedenti, nelle famiglie patriarcali il ruolo del padre era ben definito; era colui che lavorava e portava avanti la famiglia, era l’archetipo del cacciatore. La madre era colei che si occupava dei figli e della conduzione della casa.

Oggi le donne lavorano, sono in carriera, indipendenti e autonome al punto di cadere nell’errore di sostituirsi nell’educazione dei propri figli al marito anche dove esso è presente. Madre e padre al contempo e ….la figura maschile? Dov’è? Madre e figlio inizialmente sono tutt’uno, ma il distacco è necessario per l’equilibrio della famiglia. Una buona madre deve essere capace di farsi da parte e lasciare spazio d'azione al  padre; deve permettere al marito di assumere le proprie responsabilità nell’educazione del bambino e non farlo sentire inadeguato.
Spesso assistiamo alla nascita di coppie simboliche dove la donna tende ad esser donna, madre e padre.
In questo modo i bambini crescono senza diventare veramente grandi, senza avere una differenziazione di ruoli,un modello dove rispecchiarsi. Come si può pretendere di “formare” un adulto se nella sua crescita un bambino non ha un giusto modello a cui far riferimento?
Un uomo deve fare il padre e il marito; il legame con la madre è fondamentale, ma anche quello di un padre è importantissimo. La protezione che trasmette un padre al proprio bambino è diversa da quella che gli trasmette la madre.
La madre deve evitare di assumersi tutte le competenze del ruolo educativo e se lo fa chiedersi il perché: “Perché non lascio spazio educativo al padre dei miei figli?” Non c’è un’unica risposta, le risposte sono molteplici a seconda della coppia, ma di sicuro esiste un denominatore comune: la mancanza di fiducia nel proprio partner. Un buon padre dal canto suo, deve aiutare la donna a tagliare il legame simbiotico con il proprio figlio,deve fare il marito e non permettere che si crei la nuova coppia madre-bambino, la coppia è formata dall’uomo e dalla donna, il figlio è il frutto d’amore di entrambi e non di uno solo.
La coppia è la fusione di due individui diversi, ognuno con la propria storia che, giorno dopo giorno, si modifica formando un’unità che non annulla l'autonomia di ognuno, ma ne rinforza la complicità.

martedì 3 maggio 2011

Riflessioni...




Spesso si ascolta solo quello che le persone raccontano verbalmente, esprimendo un giudizio che quasi sempre non corrisponde al vero; è la superficialità e il bisogno di interpretare l’altro che porta l’essere umano a trarre conclusioni erronee sul modo di essere delle persone.

Se mi fermassi solo su ciò che una famiglia o un bambino mi racconta verbalmente, non potrei capire realmente i loro bisogni o esigenze.

A volte una famiglia o una coppia, se osservata superficialmente può apparire perfetta al punto da scatenare sentimenti di gelosia ed invidia tra le persone vicine, ma non sempre è così….Tempo fa ho incontrato una famiglia proprio di questo tipo: l’immagine che rifletteva era quella di una famiglia equilibrata, dove le relazioni tra madre, padre e bambino parevano “pulite”. In realtà osservando il linguaggio verbale, paraverbale nel loro modo di relazionare,.emergevano diverse incoerenze comportamentali che confondevano il bambino rendendolo estremamente auto centrato, con conseguenti difficoltà a giocare nel gruppo dei pari.

La regina del focolare era la madre che cercava e, spesso riusciva ad avere, le redini della famiglia. Nel parlare con lei si aveva l’impressione che tutto il mondo fosse sulle sue spalle sia in famiglia che al lavoro.

Il problema era che questa donna cercava di sopperire alla sua assenza fisica con mille espedienti che rendevano la vita del bambino incredibilmente complicata.

Un esempio era la continua incoerenza tra i messaggi verbali e quelli corporei; lo sgridava, pretendendo che lui seguisse le “sue regole, il suo “volere” usando un tono impositivo e di comando, ma seguito a volte da una postura morbida, di non autorevolezza.

Il desiderio di “credersi” una famiglia aristocratica forse la spingeva ad assumere un comportamento che probabilmente non era il suo.

Il poco tempo che aveva a disposizione per suo figlio lo investiva sul come ci si doveva comportare a tavola, al ristorante, in società.

Si presentava come una donna molto rigida, ferma nelle sue convinzioni, fissata con la pulizia, per poi cadere in comportamenti che dimostravano esattamente il contrario.

Il suo comportamento non era più quello di una persona sicura e ferma nelle sue convinzioni.

Tra lei e il marito c’era poca comunicazione. Parlavano molto, ma non comunicavano.

Il marito apparentemente poteva risultare in una posizione one-down rispetto alla moglie, ma in effetti non era così. Era solo una strategia per mantenere un equilibrio nella coppia lasciando alla moglie l’idea di esser lei a gestire il menage familiare.
Nei colloqui, il marito, solo una volta ha dichiarato apertamente di esser in disaccordo con la moglie, le altre volte il disaccordo si percepiva dal suo linguaggio paraverbale, dal suo esserci, ma al contempo non esserci, quasi perso nei suoi pensieri.

Con il bambino era più permissivo ed elastico soprattutto riguardo le “regole” fissate dalla moglie, mentre lui caratterialmente era diverso, non amava molto le etichette e i vincoli dettati dal bon ton pur essendo una persona estremamente educata.

Tendeva a giustificare sempre il comportamento del bambino, minimizzando i suoi capricci, ma dal modo in cui raccontava si capiva che il suo chiedere non era dettato dal voler un consiglio, ma da una conferma del suo agire pur sapendo che non era l’intervento educativo adatto. Parlava lo stesso “linguaggio paraverbale” della moglie, sfuggiva come colui che sa qual è la verità, ma non la vuol vedere.

Il bambino invece era la riproduzione della madre. Un bambino individualista che cercava di fare quello che voleva. A volte non ascoltava, camminava sulle punte e non guardava negli occhi quando gli si parlava. Raramente cercava il contatto fisico, sembrava volesse far credere che non gli interessasse.

Non era un bambino libero di essere sé stesso.

Se giocava da solo era creativo, tranquillo ed organizzato, ma con gli altri bambini era prepotente ed egoista. Le grosse difficoltà erano nello stare in gruppo, non essendo abituato a condividere.

Pertanto un’educazione con linee pedagogiche differenti e a volte incoerenti tra loro, (la mamma lo educava in un modo, il papà in un altro, la baby sitter in un altro ancora, la scuola….ognuno seguiva una sua modalità educativa) mandano il bambino in confusione. Per quanto il punto di riferimento alla fine per lui era comunque la mamma.